sabato 1 ottobre 2011

Il Dizionario delle parole intraducibili

Ho scovato un articolo dell'anno scorso molto interessante, che sicuramente apprezzerete.
Era il 26 novembre 2010.

Il traduttore è un grande seduttore. Per capire come funziona questa arte parallela c' è, in questi giorni, un festival a Napoli. Il Festival della traduzione, dove ci sono i maggiori esperti internazionali. Fra le molte iniziative, una è quasi un paradosso. È quella dedicata al Dizionario degli intraducibili filosofici. Un' opera monumentale, già tradotta in undici lingue (quasi altrettante le traduzioni in corso) e diretta dalla filosofa francese Barbara Cassin. Che spiega, traducendo, cosa siano gli intraducibili. «La definizione è semplice: sono sintomi della differenza delle lingue. Ovvero i punti particolarmente sensibili e difficili che permettono di sostenere che il filosofo usa le parole e non soltanto i concetti universali. Da qui una seconda definizione: gli intraducibili non sono ciò che non può esser tradotto, bensì ciò che non si finisce mai di tradurre. Prendiamo il termine greco logos. È una parola che non ha equivalenti semplici. Contiene una storia della cultura. Quando i romani hanno dovuto tradurre logos in latino, si sono serviti di due parole: ratio (pensiero, calcolo) e oratio (parola, discorso). In generale gli intraducibili sono termini che, quando li si trasporta in un' altra lingua, appaiono equivoci». E il problema si pone anche oggi, con le lingue moderne: «Le parole russe che abbiamo studiato in questo dizionario sono termini che in francese e in italiano sono omonimi. Per esempio pravda: sappiamo che vuol dire verità. Ma è anche giustizia. Anzi, pravda è prima di tutto giustizia, poi è verità ma soltanto come giustizia e non come gratitudine». È interessante inoltre capire come funziona il dizionario. «Ci sono più tipi di voci. Alcune sono costituite da singole parole in una sola lingua. Per esempio, in italiano, leggiadria o virtù. Poi vi sono voci complesse, fra più lingue che vengono comparate: per esempio anima, che raccoglie âme, ésprit, soul, spirit, mind, Geist, ecc. Poi ci sono voci ancora più vaste, che abbiamo chiamato di "ordine 2". Queste prendono in considerazione l' insieme di una lingua: il funzionamento, le caratteristiche, l' ordine delle parole, il genere, ecc. Infine ci sono le voci che abbiamo chiamato "direzionali", ovvero che ci permettono di circolare in tutto il dizionario. Per esempio "malessere": la ritroviamo ovunque non vi è accordo fra l' anima e il corpo, quindi rimanda alla saudade, melancholia, nostalgia, spleen ». Alcune voci saranno state sicuramente più complesse di altre. «Le più ostiche sono le parole chiave. La difficoltàa tradurle deriva dal fatto che determinano intere parti della storia della filosofia. Una di queste è oggetto: un termine che, come nozione, viene dal greco. Ma in quella lingua la parola non esiste. Quindi si cerca di vedere cosa succede quando è stata tradotta». Volendo dunque cercare un tratto comune degli intraducibili questo sarà l' equivocità. «Il dizionario in fondo non è altro che una cartografia degli equivoci essenziali. Perché questi non sono affatto casuali, ma sono equivoci della storia. Del resto la storia è scritta in una lingua. Prendiamo l' esempio della parola senso: anche in un dizionario comune vi sono più voci. Senso come significato, come sensazione e come direzione. Ecco, ha lo stesso suono ma non lo stesso significato, è un omofono. Lavorando a questo lemma ci si rende conto che senso è lo stesso termine che, in un certo momento della storia, congiunge qualcosa della sensazione, della significazione e della direzione. Qui c' è tutta una complessa storia di passaggi da lingua a lingua, con l' intermediazione della traduzione della Bibbia che è un momento chiave. Se noi ricostruiamo la storia passando per "più d' una lingua", come diceva Derrida, si comprende come funziona. Faccio un altro esempio: gli equivoci sulle nozioni di diritto e di legge. In francese, come in italiano, diritto e legge si riferiscono a un certo numero di cose ben distinte. Quando passiamo all' inglese, right e law, ebbene c' è una parte del right che vuol dire legge e una parte del law che vuol dire diritto. Allora quando si passa da una lingua all' altra ci si perde, credendo che si possa tradurre law per legge e right per diritto». Quindi tradurre è l' arte di dissipare gli equivoci. «Si tratta di comprendere come e perché non ci si comprende. In fondo la traduzione è seduzione. Sedurre contemporaneamente le lingue e l' oggetto. Già, perché l' oggetto non è indipendente dalla lingua in cui è detto. Non vi sono oggetti predeterminati: ci sono soltanto oggetti trovati, incontrati, scovati e sedotti da una lingua. Hannah Arendt parlava dell' effetto della pluralità delle lingue: diceva che era l' equivocità cangiante del mondo». ©
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