Curioso come la scienza, ad oggi, sia parzialmente in grado di supportare il pensiero comune e, perchè no, superstizioso, nel riscontrare, tramite la ricerca, l'effettivo successo dell'approccio "ottimistico" o, per essere più precisi, dell'approccio che permette l'evitamento dello stress cagionato quotidianamente dalle preoccupazioni che il pensare negativo drasticizza in modo esponenziale.
Tutte le funzioni cognitive sono supportate da una specie di computer centrale, sito nella nostra mente, a cui diversi autori hanno attribuito varie denominazioni; tra le tante io amo utilizzare quella scelta da Baddley, che mi è sempre sembrata semanticamente più eloquente: "Esecutivo Centrale".
Tale Esecutivo Centrale si mette in moto nel momento in cui siamo chiamati a compiere un'azione complessa, che non sia già stata incorporata in noi come automatismo, e coordina varie attività. Per rendere più chiaro il tutto vi suggerisco un esempio. Mentre scrivo questo articolo il mio esecutivo (volgarmente possiamo chiamarlo cervello), sta mantenendo attive le mie conoscenze, la memoria a lungo termine che mi permette di recuperarle e la memoria di lavoro, grazie al quale sono in grado di scrivere intere frasi senza perdermi di parola in parola, inoltre l'esecutivo coordina le mie dita che si muovono sulla tastiera (senza per altro guardarla) e i miei occhi che scorrono le lettere sullo schermo, mentre i lobi adibiti del cervello trasformano gli stimoli visivi in parole di senso.
Tutto ciò avviene grazie a questo portentoso macchinario che regola ogni pezzo del puzzle in un'armonia precisa, tale da permettere lo svolgersi omogeneo del compito in oggetto, in questo caso, comporre un articolo. Processi simili avvengono per ogni tipo di compito a cui ci dobbiamo sottoporre, dal lavoro allo studio, dalla lettura alla matematica (anche voi siete, in questo momento, manovrati dal vostro Esecutivo Centrale!). Tale processo non avviene nella stessa modalità per azioni routinarie a cui siamo abituati che si dicono, per questo, "automatizzate"; vale a dire che siamo in grado di compierle senza dover decidere di sforzarci per concentrare le nostre risorse. (Un esempio? Quando guidate la macchina di rado fate caso realmente al fatto di aver cambiato marcia o, per lo meno, non sapreste dire precisamente quando).
Proprio di volontà, invece si tratterebbe, secondo i ricercatori e, in particolare, di "persistenza del compito", la quale consisterebbe in quella che comunemente si definisce concentrazione e che, da tradizione, ma, ora anche da ricerca, è in grado di assicurarci successi. Saggio, dunque, il consiglio della nonna che dice "Ti devi concentrare di più" perchè effettivamente, in assenza di patologie che inficiano il lavoro dell'Esecutivo Centrale, questo tipo di concentrazione risulta essere cruciale nel gestire il nemico principale dell'esecuzione di azioni complesse: l'interferenza.
L'interferenza consiste nel conflitto tra la tendenza a mettere in atto comportamenti automatici e, invece, l' agire secondo nuovi schemi che sia adattino allo scopo da ottenere. Quest'interferenza presuppone controllo e il controllo è assicurato dall'attenzione. Principali motori di tale attenzione e, quindi, di controllo, sembrano essere la motivazione e, in particolare, il tono emotivo; quest'ultimo secondo il ricercatore Couè, ha un tale potere da attivare o inbire l'Esecutivo Centrale anche solo servendosi dell'immaginazione che, in una frase di Disneyana memoria, risulta essere "più forte di qualsiasi cosa". Il sistema emotivo, infatti, specie in caso di emotività negativa e, quindi, di stress, attiva l'Amigdala che, a sua volta, stimola il sistema ipotalamo - ipofisi - surrenale, il quale produce Cortisolo. Il Cortisolo, per quanto inibito dall'ippocampo, se secreto in grosse quantità è in grado di inficiare il lavoro dell'Esecutivo, specie diminuendo la capacità di gestione del conflitto. Di per sè questa potrebbe essere presa come la dimostrazione che, effettivamente, il pensare positivo, o meglio il ridurre la propria tendenza a farsi contagiare da emozioni negative, spesso stimolate da pensieri pessimistici, sia di reale utilità per la buona riuscita dei propri piani d'azione.
E se qualcuno può pensare che chi pensa positivo sia eccessivamente buonista e, in qualche caso, superficiale, un recente studio di Benso e Usai ha messo in luce che le persone che godono di un miglior controllo dell'interferenza, sono effettivamente anche quelle con migliori doti empatiche. La tristezza, in loro, non elaborata come stress, stimolerebbe l'amigdala senza effetti negativi, ma attivando la Corteccia Cingolata Anteriore e di conseguenza, le Reti Neurali Attentive, che permetterebbero di aumentare l'attenzione anche verso i processi emozionali altrui.
Parrebbe dunque che ci sia un legame, scientificamente supportato, tra emotività positiva, sensibilità e prestazione.
Cari lettori, a chi di voi non mi ha abbandonato alla quarta riga di questo lungo e, molto probabilmente, noioso articolo, voglio soltanto dire:
Complimenti! Avete un Esecutivo Centrale forte e paziente! Non tutti i sistemi attentivi apprezzano il fascino della scienza!
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