domenica 30 ottobre 2011

Riflessioni aroma tabacco. SCRIVERE

"Riuscire a trasformare le vicende della propria vita in racconto è una grande gioia: forse l'unica felicità che un essere umano possa trovare su questa terra". Karen Blixen.
Cercando frettolosamente un libro sugli scaffali della mia libreria, una mattina mi sono imbattuto per caso in questa breve frase, scritta sulla quarta di copertina dei "Racconti d'inverno". Da un po' di tempo la raccolta di racconti della Blixen mi capitava spesso in mano, ma non avevo mai fatto caso al breve aforisma riportato sul retro, in piccolo; tuttavia, appena l'ho visto ne sono rimasto colpito e la mia mente, per tutto il successivo viaggio in treno, ha sorvolato estesi e agitati mari di idee, si è imbattuta in intricate foreste di vaneggiamenti, ha errato su irte montagne di interrogativi, per poi riposarsi in una stanza affollata da parole e frasi da riordinare.
Cosa significa "scrivere"? Cosa significa scrivere "delle vicende della propria vita"? Che valore possiede, per ognuno di noi, l'atto di sedersi e, con una penna o una tastiera, affiancare nere parole, cercando di organizzare un periodo, un racconto, una storia?
Tutti scrivono quotidianamente qualsiasi cosa, dalla lista della spesa alle e-mails lavorative fino agli interventi sui social networks; ma pochi sentono un forte bisogno di posare la punta della bic su un foglio, ascoltando il crescente richiamo della pagina imbrattata di inchiostro, per dare forma al proprio pensiero o riversare un frammento di se stessi su una pagina, per sfogare la latente grafomania che li assilla e per porre freno al sovraffollamento della mente. Per alcune persone scrivere diventa un elemento fondamentale del "mestiere di vivere", è un modo parlare sottovoce a sé stessi, di esprimere l'inesprimibile, di rendere irripetibile ed unica la banalità; perciò possiamo affermare -può darsi in maniera semplicistica- che lo scrittore non è soltanto chi vede pubblicate le proprie opere, è anche colui che sente la necessità di scrivere per se stesso, non per ovviare a quotidiani bisogni materiali, ma per rispondere ad una personale voglia indefinita.
Proprio per il fatto che la scrittura è un atto, quasi una cerimonia, estremamente intimo, è naturale che si scriva delle "vicende della propria vita". Ciò non significa comporre opere autobiografiche o storie in cui la nostra vita è celata sotto la patina della finzione. Più ampiamente questa considerazione rivela che qualsiasi cosa scriviamo porta in sé una parte di noi, uno o più aspetti della nostra persona, del nostro essere uomini in mezzo alla calca degli uomini: la vena ironica, lo spirito poetico, il gusto descrittivo, la profondità di analisi, l'incisività, la capacità di ragionamento, l'espansività, la malinconia, l'arrendevolezza... Insomma, il nostro Io più manifesto e recondito allo stesso tempo. Per quanto la scrittura sia "interiorità", tuttavia, è straordinario come, durante lo scrivere, nella stanza o nel luogo in cui ci troviamo, il mondo che ci circonda, e ci ha circondato, e la nostra Persona si compenetrino, dando vita ad un inspiegabile e meraviglioso amplesso portatore di estasi e tormento.
Come probabilmente è già parso evidente dalle righe precedenti lo scrivere perderebbe qualsiasi significato se fosse slegato dalle singole persone, poiché ogni "forma di scrittura" è regolata da una Magna Charta particolare, valida per colui che scrive, per la sua sfuggente dote e per nessun'altro. Infatti chiunque Scriva si appronta in diversi modi e persino i green writers hanno piccole manie, seguono un'etichetta, molte volte anche inconscia.
Così chiudo, senza voler aggiungere altro, lasciando a voi -chiunque stia leggendo- il testimone da portare avanti.
Aggiungo solo un appunto: mi sono accorto, arrivato in fondo al pezzo, di aver parlato quasi sempre di "penna e foglio. Ebbene, com'è ovvio, non ignoro l'esistenza di altri mezzi di scrittura, ma devo ammettere di essere affezionato al contatto fisico con ciò che scrivo (dopotutto questo intervento l'ho prima scritto a mano) e sono straordinariamente affascinato dalla penna che si districa sulla pagina e in particolare dal foglio bianco. Qualcuno prima di me, su questo blog, ha scritto l'emblematica frase "Mica Morde" e un penetrante articolo. Ebbene.......... Proprio come la bianchezza della balena, la bianchezza della carta mi lascia disarmato, stordito, timoroso;c'è in me sempre una certa reverenza nel tracciare le prime lettere sulla pelle liscia e candida di una pagina vergine, sono spaventato... Forse perché potrei scorgere nel vuoto della pagina la sgombra voragine del mio animo...

mercoledì 26 ottobre 2011

Arrivederci alla nostra Monterosso

Monterosso, Cinque Terre, perle e ricchezza della Liguria, devastate dall'alluvione che in un solo giorno ha distrutto strade, case, edifici e, purtroppo, famiglie...



Tutti insieme a Monterosso, alcuni di noi Intellefanti, insieme ad amici spensierati, in una giornata di sole, ad indicare ridendo Tedeschi vestiti da scalatori per andare al mare, a mangiare con sorrisi gelato nella piazzetta del paese, a comprare, ingordi, fette di torta monterossina, ad abbracciarsi con "coccoloso amore" vicino alla spiaggia, a camminare su quei passaggi a strapiombo sul mare, affidando alla macchina fotografica scatti d'affetto e acqua cristallina...
Quei negozietti che abbiamo sbirciato, quelle enoteche con variopinte bottiglie di limoncino, quelle vetrine ricolme di conchiglie e colori, li rivedremo domani, già completamente diverse.
Tutto quello che è stato scenografia di una bella giornata, ieri, è stato devastato dall'acqua e, per ora, quel che si vede è solo grigio, disordine e distruzione...

E' un dipinto a tinte forti, quello che vi do, miei cari amici, riferendomi a Monterosso, non per trascurare Borghetto Vara, Brugnato, Vernazza, Corniglia, Beverino, Pignone e tutti i luoghi colpiti dal maltempo, ma solo perchè il nostro vivido ricordo sia l'occasione di farci comprendere quale sia il significato vero di "L'alluvione devasta...", titolo letto spesso in molti giornali, ma probabilmente non vissuto con alto coinvolgimento; coinvolgimento che m'investe violentemente, ora, nel veder scomparsi piccoli luoghi della mia memoria, che in essa sola rimarranno, dato che a Monterosso verranno ripristinati troppo diversi da come li abbiamo vissuti, e solo dopo molto tempo ed enorme sforzo da parte degli abitanti, alcuni dei quali si ritrovano senza nulla...
Niente gas, niente acqua potabile, alcuni morti e un soccorritore, giovane e coraggioso, disperso, diverse persone rimaste senza una casa, oltre che senza tutti i loro beni tra cui macchine, moto, gioielli, documenti, computer, ricordi...
Gli abitanti di Vernazza hanno salutato le loro case, senza sapere come le ritroveranno, l'intero paese evacquato via mare, le Cinque Terre inaccessibili con i mezzi di trasporto...
E' scontato pensare a come possano essere distrutte adesso le vite dei negozianti, per esempio, che con le loro attività hanno perso tutto, eppure solo ora che accade qui accanto a me, mi rendo conto di quanto hanno perso davvero, e prima di loro, di quanto avessero effettivamente perso le vittime di altre sciagure naturali, quali il recente terremoto.
Senza fare inutili, a questo punto, polemiche contro le giunte comunali, tralasciando i banali, veri, discorsi sulla forza incontrastabile della natura, guardo gli occhi di mia madre che vede al telegiornale i luoghi della sua giovinezza immersi nel fango, le porte dei negozi e delle case dei suoi amici abbattute e arrese alla forza della corrente... Non piange, non si lamenta, guarda le immagini aeree, adesso, con attenzione e sussurra piano "Madonna... Madonna..."
Cosa dire, se non, arrivederci a Monterosso, a quando di nuovo si allontanerà dalla mente la consapevolezza della labilità di ogni certezza...
Arrivederci a Vernazza, a quando ogni abitante avrà una nuova vita...
Arrivederci a tutto ciò che è andato distrutto o è annegato nell'acqua...
Solidarietà, grande solidarietà degli Intellefanti, verso tutte le persone che abitano quei luoghi.
Silenzio e rispetto per chi ha perso la vita.
Un'occhiata alle immagini e un attimo di consapevolezza.



lunedì 24 ottobre 2011

Mica Morde

Adesso, spiegami una cosa.
Perché hai così tanta paura? Cosa può farti? E' assolutamente innocuo.
Non è altro che un'infinità di possibilità.
E'solo uno spazio vuoto, mica morde.
Puoi riempirlo come vuoi, puoi fare un disegno, condividere un video, una notizia importante, puoi esprimere un pensiero.
Al massimo, se proprio non sai cosa fare, puoi iniziare a riempirlo con lettere digitate a caso.
Ma perderesti credibilità. Probabilmente useresti le parole sbagliate, probabilmente qualcuno potrebbe pensare che non sai scrivere, che sei poco acculturato, che sei un'idiota, che ma che cazzo sta dicendo questo, che ma chi gli ha insegnato a scrivere, che guarda, fa i passaggi nella sua testa e non li scrive, che cosa pensa di ottenere visibilità pensa di poter fare qualcosa di intelligente forse sta cercando di farsi vedere di farsi accettare oppure, forse sta
forse tanto nessuno leggerà mai quello che stai scrivendo, perché effettivamente stai scrivendo del nulla sul nulla, del bianco sul bianco.
Perché questo è quello che credi di sapere, quello che credi di valere.
-Nero su bianco? Davvero, vuoi parlare del bianco scrivendo nero su bianco? Faresti meglio a cancellare tutto, Alec, a fare come hai fatto finora: trovi un bel titolo, lo rileggi compiaciuto, e poi cancelli tutto prima di renderti conto di avere troppa paura di scrivere per poterlo fare davvero, perché è meglio non pensare che pensare di non saper pensare. No?-
Forse sta proprio lì il problema di scrivere, di comunicare: cosa puoi credere di comunicare, tu? Hai il diritto di farmi sapere come la pensi? Hai il diritto di farti sentire? Hai il coraggio di scrivere qualcosa che il mondo intero è in grado di leggere?
E magari pensi anche che a qualcuno importerà qualcosa.

-Ma tanto è solo uno spazio vuoto. Posso riempirlo come voglio. Ho un infinità di possibilità. Come voglio. Infinità.
Infinità.
Come voglio?
Aiuto.-

domenica 23 ottobre 2011

La seduzione di ciò che siamo: Mente e poco di più.

Avete mai pensato a quant'è grande il potere della mente? Io ci penso di continuo e non smetto mai di stupirmi... è un fascino, quello della mente umana, che talvolta mi allarma e m'inquieta... Magistralmente lo rappresentò George Orwell in 1984, mettendo in luce soprattutto la sua immensa pervasività nell'imporre nuove realtà, così come, dall'altra parte, la sua grande labilità nel rendersi preda del dubbio e mutare le proprie convinzioni di base, fino a perdersi in una razionalità non più razionale...
Tuttavia ciò che mi meraviglia di più è qualcosa di molto più semplice, qualcosa che la mente umana fa di continuo, o meglio, che alcuni di noi fanno con la propria mente di continuo e che io mi ritrovo a fare senza posa: ciò che mi stupisce davvero è come la mia mente sia in grado di imboccare strade su strade per andare da una riflessione ad un'altra, come incontri un nodo, un bivio e poi un'altra strada ancora, il tutto a costituire un percorso, in cui ogni cosa sembra disomogenea, ma è in realtà riconducibile sempre ad un unico filo conduttore.
E' come un quadro degli impressionisti, il pensiero umano, a guardarlo dall'esterno, che visto da vicino, selezionato in un singolo dettaglio, appare sfocato e confuso, o quantomeno senza particolare senso, ma guardato da lontano delimita un'immagine precisa e perfetta, malgrado manchi la messa a fuoco, che, se vogliamo seguire la metafora, altro non è, che il fatto di non aver pensato noi tali pensieri.
La mente umana... esiste qualcosa di più solitario al mondo?
Per esprimersi essa deve tradursi, collegarsi e attivare altre parti del corpo, quali la bocca o il volto, che con parole e mimica trasmettano ciò che lei sola prova e pondera. Se mettiamo in conto che non tutti hanno l'abilità di compiere una traduzione soddisfacente e valutiamo, altresì, che alcune sensazioni sono, di fatto, incomunicabili... bè, giungiamo a capire che la mente è poi ciò che rende l'uomo solo dall'inizio, fino alla fine della sua vita.
Solo non come "abbandonato", bensì solo come "unico" a vivere in prima persona quel determinato momento, laddove sia pur circondato di altri che, soli, lo vivono.
Eppure la mente, sola, protetta e nascosta dentro il nostro corpo, talvolta celata nei suoi pensieri da una bocca silente, è poi di fatto l'unica a vivere tutto il mondo davvero. Perchè tatto, olfatto, gusto, non sono altro che parti delle sue proprie elaborazioni, laddove mani, naso e bocca non sono altro che veicoli per giungere all'elaborazione stessa.
Basti pensare a quanti sono gli stimoli presenti in natura, se anche solo buttiamo l'occhietto fuori dalla finestra, se anche solo richiamiamo alla memoria una situazione tipica del quotidiano... Memoria, quale altro seducente segreto della mente: serbatoio enorme di situazioni, stimoli, suoni, immagini, odori, vite, per cui quell'occhiata fuori dalla finestra, si sovrappone al ricordo di tutte le occhiate della nostra vita, archiviandosi nel magazzino delle esperienze, che ha nome Memoria e che permette di far vivere alla mente l'eterno presente di passate emozioni, gioie, dolori, soddisfazioni o fallimenti...
Pensando a tutto ciò, a come la mente sia sovraccaricata nel suo interno silenzio colmo, invece, di voci, a quanto velocemente, da un singolo elemento, possa imboccare labirintiche valutazioni che, talvolta, giungono ancora ad altre esperienze ed altri pensieri, a come essa sia, effettivamente, di continuo portata ad incontrare elementi che stimolino tali minoiche costruzioni, possiamo, infine, giungere alla consapevolezza che è la nostra mente che vive e vive tutto, il passato, il presente e il futuro, con un'intensità devastante: non dev'essere, quindi, molto difficile giungere a capire che si tratta di un'esperienza, talvolta, soffocante ed invasiva, ragion per cui la nostra mente, e quella altrui con essa, è colma di difese, muri, ripostigli e trincee, dove poter archiviare il dolore e permettere all'io di rifugiarsi, per non vivere ciò che si presenta come troppo devastante.
Esternamente, queste difese, assumono le sembianze più singolari e, spesso, incomprensibili a chi le osserva; si traducono in atteggiamenti con cui diventa difficile relazionarsi...
Tutto ciò perchè la mente è un affascinante luogo che si plasma e plasma il suo involucro, il corpo, a seconda di come agisce il suo unico e solitario abitante: L'io.

lunedì 17 ottobre 2011

15 Ottobre: a scuola di Idealismo dai Negramaro

A scuola di idealismo dai Negramaro che, al Mediolanum Forum di Assago (Milano), fanno il tutto esaurito e riempiono ogni metro quadro di fan trepidanti in attesa delle loro romantiche melodie, colonne sonore di film, di momenti dolci e spensierati, per alcuni, perchè no, in fin dei conti, rime superficiali forse: semplici, belle, canzonette d'amore... Negramaro che non si limitano a soddisfare le orecchio con melodie sapientemente ri-arrangiate, perfette alternanze di momenti sostenuti e posati, vocali espressioni di dolcezza, potenza e sogno; Negramaro che non si accontentano di riempire gli occhi di luci, immagini, colori e scenografiche apparizioni di monitor; Negramaro che, invece, si fermano e parlano al pubblico dell'Italia, del quotidiano, di ciò che è appena accaduto. Richiamo alla pace nel ricordare i giovani che, al contrario di pochi altri, hanno manifestato pacificamente, rammentando che è questo che si deve fare... Negramaro che ricordano che in Italia , abbiamo ancora l'occasione d'essere giovani con grandi ideali, non poi così lontani da quelli che avevano i grandi pensatori italiani, la cui passione per le proprie idee e per la loro realizzazione è custodita dalla storia; Negramaro che si fanno aiutare da nomi, da frasi, da pensieri e da grandi ospiti, a cogliere l'occasione di passare a tanta gente (radunatasi solo per divertimento in un unico luogo) una lezione importante...


Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L'indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.

L'indifferenza è il peso morto della storia. L'indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. E' la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l'intelligenza. Ciò che succede, il male che abbatte su tutti, avviene perchè la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l'assenteismo e l'indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perchè non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un'eruzione, un terremoto del uale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch'io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?

Odio gli indifferenti anche per questo: perchè mi da fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loto del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.

Sono partigiano, vivo, sento nella coscienze della mia parte già pulsare l'attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c'è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.

11 Febbraio 1917, Antonio Gramsci

Pierfrancesco Favino legge Gramsci.

Le sue parole valgono ancora oggi. E' come per “Meraviglioso” di Modugno. La cantiamo ancora qui, oggi, a squarciagola”

La speranza di cui parlate è una trappola, una brutta parola, non si deve usare. La speranza è una trappola inventata dai padroni. La speranza è quella di quelli che ti dicono che Dio... state buoni, state zitti, pregate che avrete il vostro riscatto, la vostra ricompensa nell'aldilà. Intanto, perciò, adesso, state buoni: ci sarà un aldilà. Così dice questo: state buoni, tornate a casa. Sì siete dei precari, ma tanto fra 2 o 3 mesi vi riassumiamo ancora, vi daremo il posto. State buoni, andate a casa e... stanno tutti buoni. Mai avere speranza! La speranza è una trappola, una cosa infame inventata da chi comanda.”

Mario Monicelli

Un altro grande ideale, forse, il principale di ognuno: l'Amore.
Omaggio ai poeti: la parola ad Alda Merini; la voce di Serena Dandini.

Albatros

Io ero un uccello

di bianco ventre gentile,

qualcuno mi ha tagliato la gola

per riderci sopra,

non so.

Io ero un albatro grande

e volteggiavo sui mari.

Qualcuno ha fermato il mio viaggio,

senza nessuna carità di suono.

Ma anche distesa per terra

io canto ora per te

le mie canzoni d'amore.

"Irraggiungibile
lo era prima di quel passo
che dicevano avrebbe mosso
il mondo verso un altro mondo
e invece figlio mio
non è cambiato proprio niente
anzi ci han rubato il sogno
di una luna oggi diffidente
che ormai è solo falsa
e per nulla
irraggiungibile

E adesso figlio mio
che non è cambiato niente
adesso figlio mio
che anche la luna è diventata diffidente
e ci guarda con sospetto
e resta
irraggiungibile"

Apollo 11, Negramaro
(Dall'Album "Casa 69")

sabato 15 ottobre 2011

This must be the place

Attimi di vita. La noia. La semplicità nell'essere vivi. La complessità nel doverlo dimostrere. I volti umani. L'affetto. L'amore per quotidianità. Il ritorno alle radici. Il rifugio in se stessi.

Sono uscita dal cinema e la prima cosa che ho fatto è stato cercare di descrivere con una frase più o meno complessa quello che avevo appena visto. Ho ragionato molto, ho tentato di raggruppare gli aspetti più positivi del film, ho cercato una trama...ma nulla di fatto, niente di più che il silenzio delle mie parole.
"This must be the place". Non è la storia di un uomo, è la storia di tutti gli uomini in un unico personaggio. Sono gli stralci della vita di ognuno di noi che si stagliano sulla pellicola con una semplicità disarmante. Ed è proprio questo che colpisce: il tentativo di far emergere la semplicità che sta sotto ad ogni cosa. Nessuna ostinazione nel descrivere qualcosa di ricercato, nessuna necessità di stupire con l'intrigo, nessua sbavatura studiata apposta perchè colpisca.
La chiarezza invece. Anche l'aspetto più fuori dal comune emerge con una tale purezza che quello che di solito avremmo ritenuto essere qualcosa di anormale, ora diventa parte della quotidianità, degli attimi.
Da un certo punto di vista tutta questa semplicità può dare spavento; pensare che tutte le strane congetture che costantemente creiamo siano soltanto castelli in aria destinati a dissolversi è piuttosto agghiacciante. Credo però che sia la consapevolezza che tutto in fondo è dannatamente semplice a salvarci.
Non sono riuscita tuttora a chiarire con me stessa ciò che il film mi ha lasciato, ma forse questa necessità di dover catalogare tutto è soltanto un'ulteriore complicazione di qualcosa che è così, di per se, senza fronzoli o spiegazioni, puro.

Infografica.

Ci sono molte cose che nella vita diamo per scontate, solo perché fanno parte di un naturale processo cognitivo.
Papaveri, cotolette, tazzine da caffè e asciugamani blu sulle piastrelle fredde.
Propongo un video sull'infografica.
(infografica per dirla in parole povere, brutte e crude è la rappresentazione di dati).

domenica 9 ottobre 2011

A Dangerous Method: un Cronenberg insipido

Lascia un po' come anestetizzati, questo film di Cronenberg, pur tessuto su una trama a tinte forti, intrecciata da tre menti volte all'indagine della Psiche...
Ancora una volta la Storia stessa si dimostra essere affascinante cassetto ricolmo di vicende intriganti e appassionanti, non partorite dalla fantasia, ma effettivamente avvenute e, come in questo caso, tratti biografici ignoti di alcuni grandi personaggi del passato sono in grado di coinvolgerci e interessarci alle loro figure.
Cosa ci può essere di più seducente, se non una vicenda i cui protagonisti siano due padri della Psicoanalisi, alle prese con una giovane donna intelligente e critica, affetta d'isteria e masochismo?
Tuttavia, malgrado l'innegabile fascino di una siffatta trama, il film di per sè resta impresso solo come una bellissima ricostruzione storica e cinematografica, piuttosto che per il forte impatto.
A regista e sceneggiatori è certamente interessato riportare fedelmente i termini della contesa, della nascita e della maturazione ideologica di alcuni dei più importanti concetti della psicoanalisi tutt'oggi presi in esame durante la pratica, quali l'istinto di morte, la teoria delle pulsioni, la fissazione agli stadi infantili dello sviluppo sessuale e l'essenziale concetto di transfert-controtransfert, ma sembra che non siano stati interessati a coinvolgere lo spettatore nella comprensione profonda dell'origine di tali pensieri, portandolo così a potersi immedesimare e schierare, seguendo una propria opinione a riguardo. Occasione persa, a mio avviso, dato che la storia in sè dava svariati spunti, grazie ai quali si sarebbe potuto avvicinare l'uomo comune a quelle che nel film emergono come complesse teorie scientifiche, che riguardano pur sempre, però, la mente e l'agire umano. Occasione, questa, che Cronenberg può aver voluto perdere, preferendo la semplice storiografia alla "storia per insegnare".
Encomiabile l'interpretazione di Keyra Knightley, spigolosa e complessa quanto basta per essere credibile nel suo personaggio, nonchè sufficientemente isterica e snodata di mandibola da essere convincente...
Emerge bene anche Viggo Montersen in un Freud le cui sfumature arricchiscono la stereotipica visione del personaggio, di apprezzabili, semplici doti che lo avvicinano più alla sua visione di uomo, che di psicanalista intangibile.
Con Fassbender e Cassel si chiude il cerchio di quello che è un cast senz'altro ottimo, per un film che promette, aimè, più sapore nel trailer, che visto per intero.

sabato 8 ottobre 2011

BLU, la street art che gira il mondo




Scegliere e cambiare

Un mio giovane amico, poco tempo fa, mi ha fatto riflettere e mi ha dato una grande lezione con una breve, semplice frase: "il segreto è lasciar andare... lasciarsi andare".
Può sembrare un nostalgico invito ad essere pronti ad abbandonare a nostra volta ciò che decide di lasciarci, senza rimanere morbosamente attaccati anche solo all'idea della sua presenza; ma credo che in questa frase ci sia molto di più. Credo che in essa sia contenuto un intero momento della vita.
Nonostante io sia sempre stata capace di riflettere con coerenza, con longimiranza, con ragione e cuore su tutti i singoli momenti della mia vita, mi sono effettivamente resa conto di aver guardato al mio piccolo mondo, con leggerezza, dando per scontato che quello che vivevo fosse uno stato di cose immutabile.
Che la vita sia fatta di cambiamenti, l'ho sempre saputo, ma solo ora mi rendo conto che i "cambiamenti tradizionali", pur facendo parte del gioco, non valgono la vittoria di comprendere quale sia il momento del cambiamento vero.
Nasciamo in un posto qualsiasi, grande città o provincia, ed impariamo a conoscere ogni singola pietra che compone i marciapiedi che ci sono familiari e quotidiani, andiamo alla scuola dell'infanzia, passiamo alle elementari, alle medie, alle superiori e, alcuni di noi, persino all'Università, nel medesimo luogo, credendo di aver affrontato, per ogni gradino, un grande cambiamento. Eppure ognuna di quelle classi è stata un nido, un porto sicuro in cui sapere di doversi trovare per la maggior parte dei giorni del nostro anno. Quella vita scandita da un percorso obbligato e, perciò, segnato, condita di passatempi, passioni che maturano, interessi che nascono e si radicano in noi, che per alcuni può essere pressante e per altri può rappresentare una sicurezza, è comunque un momento sospeso in cui essere sè stessi significa disegnarsi entro certi limiti, o meglio, prendersi il tempo di tracciare i contorni, nell'attesa che giunga il momento di dare il colore.
In questa prospettiva, credo che il cambiamento (che giunga dopo le superiori o negli anni degli studi universitari) coincida e consista nella scelta. Non si cambia sè stessi, al massimo si assumono nuovi colori, ma si cambia la propria vita decidendo su quali vie allungare il passo.
Alcuni sociologi moderni sostengono che il problema dei giovani, il piccolo grande panico dei ragazzi moderni, è quello di avere una tale libertà di scelta, da non sapere effettivamente cosa scegliere, tanto da imboccare percorsi a caso fino a svegliarsi, un giorno, insoddisfatti. Bowman addirittura parla di un "mondo liquido" in cui è facile allargarsi fino a raggiungere confini vastissimi, ma sentendosi dilatati e inconsistenti.
E' pur vero che ognuno è diverso ed ha un diverso modo di affrontare la scelta e il cambiamento: c'è chi con coraggio insegue i propri sogni partendo, chi rimanendo, e chi rimane attaccato al suo nido-rifugio sicuro... ma sicuramente la cosa che più mi colpisce è che ognuno di noi vive il momento del mutamento, l'istante in cui decidere chi essere e dove, mentre anche altri lo vivono ed è attore e vittima delle decisioni degli altri.
Proprio in questo consiste il vero cambiamento. In un attimo le scelte delle persone che ci circondano, combinate con le nostre, creano uno scenario completamente diverso in cui adattare le nostre vite. Così ci si congeda da vecchi amici, magari solo fisicamente e non emotivamente, ci si prepara ad esperienze mai vissute, da fare magari con amici e in luoghi diversi, nuovi, si ci ritrova a salutare amici che, con obiettivi differenti dai tuoi, s'incamminano su nuove strade, lasciando te ai luoghi che ti sono familiari.
E' come un giro sulle montagne russe, un veloce smottamento di quanto conoscevamo, ma la disarmante verità, che mi si rivela adesso così semplicemente di fronte agli occhi e a cui, prima, non avevo mai pensato è che si tratta di un momento naturale e irrinunciabile della vita.
Le scelte e i cambiamenti mi fanno paura, lo ammetto, eppure mi dico che ciò non è deprecabile, come non lo è il modo d'alcuni di passare da una scelta ad un'altra senza soffrire l'intensità di questo passaggio...
Come in tante cose, anche in questo, consiste la varietà e la bellezza d'essere umani...

martedì 4 ottobre 2011

La trappola del relativismo

http://it.wikipedia.org/wiki/Wikipedia:Comunicato_4_ottobre_2011

Carissimi,
sono certa che molti di voi oggi, cercando su Google un'informazione qualsiasi, si siano imbattuti in questo comunicato di Wikipedia. Comunicato che, peraltro, trovo particolarmente sensato, pertinente e informativo, e che mette ognuno di noi nella condizione di fare le sue riflessioni personali rispetto alle proposte di legge, al problema intercettazioni e, mi sembra quasi un collegamento diretto, all'operato del nostro governo.
Non mi sono messa davanti alla tastiera con l'intenzione di fare polemica, o anche semplice discussione, in merito alla politica... devo ammettere umilmente che non ne sarei in grado: miei colleghi, scrittori in questo blog, si sono dimostrati più capaci, a riguardo, di me. Quella che nasce spontanea a me, invece, è una considerazione di stampo filosofico e sociologico sul relativismo e sulla soggettività delle opinioni. L'esistenza di differenti punti di vista, tanti quanti le diverse persone presenti in una situazione è nota e innegabile: per quanto due punti di vista possano essere simili, non sono mai perfettamente identiche le sensazioni, le vie di ragionamento per cui si è giunti a determinate, magari anche comuni, conclusioni. Esistono, dunque, l'accordo, l'adesione, ma non la perfetta uguaglianza di molteplici punti di vista. Ogni parere, ogni sentito, si dice, perciò, soggettivo. Per contrario l'oggettivo consiste in tutto ciò la cui ontologia è indiscutibile e indiscussa, uguale per tutti nel suo manifestarsi e nel suo essere percepito e accettato. Ed è proprio quest'uguaglianza di percezione che mette in crisi il concetto stesso di oggettivo, tanto che taluni pensatori sono giunti ad affermare che l'oggettivo potrebbe, effettivamente, non esistere. Dal momento che, fondamentalmente, la vita, almeno quella percettiva, emotiva e sensoriale, si vive personalmente, ognuno per sè, il soggettivo diventa un concetto legittimante dell'azione dell'individuo e, per quanto si ci illuda comunemente che tutti ragionino con il nostro metro (forte tendenza all'etnocentrismo culturale, sia nell'ideale generico, che nel particolare specifico) diventa importante, se non fondamentale, tenere presente le differenze di ognuno nella valutazione e nell'assunzione di posizioni. Il relativismo delle opinioni, diventa non solo un dato da tener presente nella convivenza sociale, ma uno status direi naturale delle cose. Quello che mi chiedo è quanto sia alto il rischio di fare di questo relativismo una gabbia. Dalla nascita della società civile esistono compromesso e oggettivazione (o identificazione dell'oggettivo) come elementi costitutivi di quello che chiamerei un "tentativo" di diplomazia (per esagerare) o semplicemente di convivenza. Avere un organo super partes, un terzo punto di vista, come dice il comunicato di Wikipedia, permette di superare il relativismo, o meglio, di superare i limiti che pone una situazione in cui due punti di vista opposti non consentono a due persone di cedere o mettere in discussioni le proprie intenzioni. Appellarsi al sentito soggettivo pone, nella situazione di cui si discute oggi, il problema di poter definire offensive per sè, dichiarazioni e informazioni, che potrebbero non esserlo, inficiando così la funzione di accrescimento culturale e informativo di un'enciclopedia, come in questo caso, o di un blog, o di un giornale... Relativamente parlando ecco che il testo diventa offensivo per l'uno e non offensivo per l'altro... situazione senza uscita, gabbia dell'evoluzione e dello scambio culturale.
Lo stesso superamento del relativismo, però, costituisce un'altra insidia ideologica "la storia moderna, al pari di quella antica, fornisce numerosi e dolorosi esempi di quanto affermo, e se così non fosse, del resto la storia sarebbe completamente illeggibile" (O. Wilde)... quanti sono, infatti, gli esempi di totalitarismi militari e ideologici, condizionamenti culturali e inasprimenti eccessivi nell'attività di controllo?
Il famoso terzo parere, mediatore e risolutore, può, quindi, diventare un drastico organo di costrizione e coercizione.
In questa prospettiva, in questa doppia trappola che pone, in fondo, il problema ad essere anch'esso relativo, rispetto alle prospettive di ognuno, mi trovo ad aver difficoltà a valutare la cosa, assumendo una vera e propria posizione... tuttavia, spesso, trovo che il relativismo e l'opinione "soggettiva" siano una comoda giustificazione per agire secondo il proprio guadagno e interesse, magari anche escludendo il rispetto altrui.
Fiera esponente della setta delle seghe mentali, strabuzzo gli occhi a vedere quanto in là può portarmi uno stimolo come questo comunicato... Roba da far girare la testa! :)
Ciò nonostante, la vostra opinione m'interessa, e molto: aiutatemi a capire, escludendo ovviamente che tutto sia così assoluto e ai vertici, quale sia la vera prigione...

lunedì 3 ottobre 2011

THE DIRTY CAR ARTIST

Oggi vi voglio parlare della Dirty Car Art, una forma d'arte stravagante, ma che dovrebbe esserci molto familiare in quanto ognuno di noi almeno una volta nella propria vita si è trovato davanti ad un'automobile particolarmente sporca e ha provato a scriverci sopra con un dito. Forse vi state chiedendo che cosa c'entri scrivere sul vetro di una macchina con un movimento artistico, ma vi posso assicurare che è proprio da una macchina sporca che prende ispirazione il nostro artista Scott Wade. Si dice infatti che abbia iniziato scrivendo ''lavami'' sul lunotto posteriore di un auto nella città in cui vive, Austin, in Texas, dove la maggioranza delle strade non sono asfaltate e le auto sollevano dei nugoli di polvere che ricoprono ogni cosa. Una tentazione a cui si cede facilmente in un posto del genere, ma Scott non si è fermato qui, e ha trovato il modo di sfogare la sua vena artistica. Per passare da semplici graffiti a quelle che si possono definire opere d'arte è bastata un'intuizione. Così Scott armato di pennello ha iniziato a decorare la sua Mini Cooper ricoperta da uno strato biancastro di argilla e ghiaia, suscitando l'interesse dei vicini e dei passanti che vedendo ciò che era in grado di fare con un po' di polvere ed il lunotto posteriore di un auto hanno iniziato a richiedere le sue opere sulle proprie vetture. Scott è in grado di riprodurre quadri famosi, dalla Gioconda di Leonardo alla Venere del Botticelli, o di ricreare scene di vita quotidiana, fotografie, ritratti, insomma qualsiasi cosa. Ovviamente le sue opere non hanno una vita lunga, basta una leggera pioggia per far svanire ore di lavoro in un batter d'occhio, ma esiste comunque una raccolta fatta di video e fotografie che lui stesso ha definito Dirty Car Art.


domenica 2 ottobre 2011

MUSIC PAINTING - Lacrime di Giulietta



Video realizzato da:
- Matteo Negrin (musica)
- Alice Ninni (disegno)
- Luca Cattaneo (montaggio)

sabato 1 ottobre 2011

Il Dizionario delle parole intraducibili

Ho scovato un articolo dell'anno scorso molto interessante, che sicuramente apprezzerete.
Era il 26 novembre 2010.

Il traduttore è un grande seduttore. Per capire come funziona questa arte parallela c' è, in questi giorni, un festival a Napoli. Il Festival della traduzione, dove ci sono i maggiori esperti internazionali. Fra le molte iniziative, una è quasi un paradosso. È quella dedicata al Dizionario degli intraducibili filosofici. Un' opera monumentale, già tradotta in undici lingue (quasi altrettante le traduzioni in corso) e diretta dalla filosofa francese Barbara Cassin. Che spiega, traducendo, cosa siano gli intraducibili. «La definizione è semplice: sono sintomi della differenza delle lingue. Ovvero i punti particolarmente sensibili e difficili che permettono di sostenere che il filosofo usa le parole e non soltanto i concetti universali. Da qui una seconda definizione: gli intraducibili non sono ciò che non può esser tradotto, bensì ciò che non si finisce mai di tradurre. Prendiamo il termine greco logos. È una parola che non ha equivalenti semplici. Contiene una storia della cultura. Quando i romani hanno dovuto tradurre logos in latino, si sono serviti di due parole: ratio (pensiero, calcolo) e oratio (parola, discorso). In generale gli intraducibili sono termini che, quando li si trasporta in un' altra lingua, appaiono equivoci». E il problema si pone anche oggi, con le lingue moderne: «Le parole russe che abbiamo studiato in questo dizionario sono termini che in francese e in italiano sono omonimi. Per esempio pravda: sappiamo che vuol dire verità. Ma è anche giustizia. Anzi, pravda è prima di tutto giustizia, poi è verità ma soltanto come giustizia e non come gratitudine». È interessante inoltre capire come funziona il dizionario. «Ci sono più tipi di voci. Alcune sono costituite da singole parole in una sola lingua. Per esempio, in italiano, leggiadria o virtù. Poi vi sono voci complesse, fra più lingue che vengono comparate: per esempio anima, che raccoglie âme, ésprit, soul, spirit, mind, Geist, ecc. Poi ci sono voci ancora più vaste, che abbiamo chiamato di "ordine 2". Queste prendono in considerazione l' insieme di una lingua: il funzionamento, le caratteristiche, l' ordine delle parole, il genere, ecc. Infine ci sono le voci che abbiamo chiamato "direzionali", ovvero che ci permettono di circolare in tutto il dizionario. Per esempio "malessere": la ritroviamo ovunque non vi è accordo fra l' anima e il corpo, quindi rimanda alla saudade, melancholia, nostalgia, spleen ». Alcune voci saranno state sicuramente più complesse di altre. «Le più ostiche sono le parole chiave. La difficoltàa tradurle deriva dal fatto che determinano intere parti della storia della filosofia. Una di queste è oggetto: un termine che, come nozione, viene dal greco. Ma in quella lingua la parola non esiste. Quindi si cerca di vedere cosa succede quando è stata tradotta». Volendo dunque cercare un tratto comune degli intraducibili questo sarà l' equivocità. «Il dizionario in fondo non è altro che una cartografia degli equivoci essenziali. Perché questi non sono affatto casuali, ma sono equivoci della storia. Del resto la storia è scritta in una lingua. Prendiamo l' esempio della parola senso: anche in un dizionario comune vi sono più voci. Senso come significato, come sensazione e come direzione. Ecco, ha lo stesso suono ma non lo stesso significato, è un omofono. Lavorando a questo lemma ci si rende conto che senso è lo stesso termine che, in un certo momento della storia, congiunge qualcosa della sensazione, della significazione e della direzione. Qui c' è tutta una complessa storia di passaggi da lingua a lingua, con l' intermediazione della traduzione della Bibbia che è un momento chiave. Se noi ricostruiamo la storia passando per "più d' una lingua", come diceva Derrida, si comprende come funziona. Faccio un altro esempio: gli equivoci sulle nozioni di diritto e di legge. In francese, come in italiano, diritto e legge si riferiscono a un certo numero di cose ben distinte. Quando passiamo all' inglese, right e law, ebbene c' è una parte del right che vuol dire legge e una parte del law che vuol dire diritto. Allora quando si passa da una lingua all' altra ci si perde, credendo che si possa tradurre law per legge e right per diritto». Quindi tradurre è l' arte di dissipare gli equivoci. «Si tratta di comprendere come e perché non ci si comprende. In fondo la traduzione è seduzione. Sedurre contemporaneamente le lingue e l' oggetto. Già, perché l' oggetto non è indipendente dalla lingua in cui è detto. Non vi sono oggetti predeterminati: ci sono soltanto oggetti trovati, incontrati, scovati e sedotti da una lingua. Hannah Arendt parlava dell' effetto della pluralità delle lingue: diceva che era l' equivocità cangiante del mondo». ©
RIPRODUZIONE RISERVATA - MARCO FILONI

Fonte.