domenica 30 ottobre 2011
Riflessioni aroma tabacco. SCRIVERE
mercoledì 26 ottobre 2011
Arrivederci alla nostra Monterosso


lunedì 24 ottobre 2011
Mica Morde
Perché hai così tanta paura? Cosa può farti? E' assolutamente innocuo.
Non è altro che un'infinità di possibilità.
E'solo uno spazio vuoto, mica morde.
Puoi riempirlo come vuoi, puoi fare un disegno, condividere un video, una notizia importante, puoi esprimere un pensiero.
Al massimo, se proprio non sai cosa fare, puoi iniziare a riempirlo con lettere digitate a caso.
Ma perderesti credibilità. Probabilmente useresti le parole sbagliate, probabilmente qualcuno potrebbe pensare che non sai scrivere, che sei poco acculturato, che sei un'idiota, che ma che cazzo sta dicendo questo, che ma chi gli ha insegnato a scrivere, che guarda, fa i passaggi nella sua testa e non li scrive, che cosa pensa di ottenere visibilità pensa di poter fare qualcosa di intelligente forse sta cercando di farsi vedere di farsi accettare oppure, forse sta
forse tanto nessuno leggerà mai quello che stai scrivendo, perché effettivamente stai scrivendo del nulla sul nulla, del bianco sul bianco.
Perché questo è quello che credi di sapere, quello che credi di valere.
-Nero su bianco? Davvero, vuoi parlare del bianco scrivendo nero su bianco? Faresti meglio a cancellare tutto, Alec, a fare come hai fatto finora: trovi un bel titolo, lo rileggi compiaciuto, e poi cancelli tutto prima di renderti conto di avere troppa paura di scrivere per poterlo fare davvero, perché è meglio non pensare che pensare di non saper pensare. No?-
Forse sta proprio lì il problema di scrivere, di comunicare: cosa puoi credere di comunicare, tu? Hai il diritto di farmi sapere come la pensi? Hai il diritto di farti sentire? Hai il coraggio di scrivere qualcosa che il mondo intero è in grado di leggere?
E magari pensi anche che a qualcuno importerà qualcosa.
-Ma tanto è solo uno spazio vuoto. Posso riempirlo come voglio. Ho un infinità di possibilità. Come voglio. Infinità.
Infinità.
Come voglio?
Aiuto.-
domenica 23 ottobre 2011
La seduzione di ciò che siamo: Mente e poco di più.
lunedì 17 ottobre 2011
15 Ottobre: a scuola di Idealismo dai Negramaro
A scuola di idealismo dai Negramaro che, al Mediolanum Forum di Assago (Milano), fanno il tutto esaurito e riempiono ogni metro quadro di fan trepidanti in attesa delle loro romantiche melodie, colonne sonore di film, di momenti dolci e spensierati, per alcuni, perchè no, in fin dei conti, rime superficiali forse: semplici, belle, canzonette d'amore... Negramaro che non si limitano a soddisfare le orecchio con melodie sapientemente ri-arrangiate, perfette alternanze di momenti sostenuti e posati, vocali espressioni di dolcezza, potenza e sogno; Negramaro che non si accontentano di riempire gli occhi di luci, immagini, colori e scenografiche apparizioni di monitor; Negramaro che, invece, si fermano e parlano al pubblico dell'Italia, del quotidiano, di ciò che è appena accaduto. Richiamo alla pace nel ricordare i giovani che, al contrario di pochi altri, hanno manifestato pacificamente, rammentando che è questo che si deve fare... Negramaro che ricordano che in Italia , abbiamo ancora l'occasione d'essere giovani con grandi ideali, non poi così lontani da quelli che avevano i grandi pensatori italiani, la cui passione per le proprie idee e per la loro realizzazione è custodita dalla storia; Negramaro che si fanno aiutare da nomi, da frasi, da pensieri e da grandi ospiti, a cogliere l'occasione di passare a tanta gente (radunatasi solo per divertimento in un unico luogo) una lezione importante...
“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L'indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.
L'indifferenza è il peso morto della storia. L'indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. E' la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l'intelligenza. Ciò che succede, il male che abbatte su tutti, avviene perchè la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l'assenteismo e l'indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perchè non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un'eruzione, un terremoto del uale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch'io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?
Odio gli indifferenti anche per questo: perchè mi da fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loto del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.
Sono partigiano, vivo, sento nella coscienze della mia parte già pulsare l'attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c'è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.
11 Febbraio 1917, Antonio Gramsci
Pierfrancesco Favino legge Gramsci.
“Le sue parole valgono ancora oggi. E' come per “Meraviglioso” di Modugno. La cantiamo ancora qui, oggi, a squarciagola”
“La speranza di cui parlate è una trappola, una brutta parola, non si deve usare. La speranza è una trappola inventata dai padroni. La speranza è quella di quelli che ti dicono che Dio... state buoni, state zitti, pregate che avrete il vostro riscatto, la vostra ricompensa nell'aldilà. Intanto, perciò, adesso, state buoni: ci sarà un aldilà. Così dice questo: state buoni, tornate a casa. Sì siete dei precari, ma tanto fra 2 o 3 mesi vi riassumiamo ancora, vi daremo il posto. State buoni, andate a casa e... stanno tutti buoni. Mai avere speranza! La speranza è una trappola, una cosa infame inventata da chi comanda.”
Mario Monicelli
"Irraggiungibile
lo era prima di quel passo
che dicevano avrebbe mosso
il mondo verso un altro mondo
e invece figlio mio
non è cambiato proprio niente
anzi ci han rubato il sogno
di una luna oggi diffidente
che ormai è solo falsa
e per nulla
irraggiungibile
E adesso figlio mio
che non è cambiato niente
adesso figlio mio
che anche la luna è diventata diffidente
e ci guarda con sospetto
e resta
irraggiungibile"
sabato 15 ottobre 2011
This must be the place
Sono uscita dal cinema e la prima cosa che ho fatto è stato cercare di descrivere con una frase più o meno complessa quello che avevo appena visto. Ho ragionato molto, ho tentato di raggruppare gli aspetti più positivi del film, ho cercato una trama...ma nulla di fatto, niente di più che il silenzio delle mie parole.
"This must be the place". Non è la storia di un uomo, è la storia di tutti gli uomini in un unico personaggio. Sono gli stralci della vita di ognuno di noi che si stagliano sulla pellicola con una semplicità disarmante. Ed è proprio questo che colpisce: il tentativo di far emergere la semplicità che sta sotto ad ogni cosa. Nessuna ostinazione nel descrivere qualcosa di ricercato, nessuna necessità di stupire con l'intrigo, nessua sbavatura studiata apposta perchè colpisca.
La chiarezza invece. Anche l'aspetto più fuori dal comune emerge con una tale purezza che quello che di solito avremmo ritenuto essere qualcosa di anormale, ora diventa parte della quotidianità, degli attimi.
Da un certo punto di vista tutta questa semplicità può dare spavento; pensare che tutte le strane congetture che costantemente creiamo siano soltanto castelli in aria destinati a dissolversi è piuttosto agghiacciante. Credo però che sia la consapevolezza che tutto in fondo è dannatamente semplice a salvarci.
Non sono riuscita tuttora a chiarire con me stessa ciò che il film mi ha lasciato, ma forse questa necessità di dover catalogare tutto è soltanto un'ulteriore complicazione di qualcosa che è così, di per se, senza fronzoli o spiegazioni, puro.
Infografica.
Propongo un video sull'infografica.
domenica 9 ottobre 2011
A Dangerous Method: un Cronenberg insipido
sabato 8 ottobre 2011
Scegliere e cambiare
martedì 4 ottobre 2011
La trappola del relativismo
lunedì 3 ottobre 2011
THE DIRTY CAR ARTIST
domenica 2 ottobre 2011
MUSIC PAINTING - Lacrime di Giulietta
Video realizzato da:
sabato 1 ottobre 2011
Il Dizionario delle parole intraducibili
Era il 26 novembre 2010.
Il traduttore è un grande seduttore. Per capire come funziona questa arte parallela c' è, in questi giorni, un festival a Napoli. Il Festival della traduzione, dove ci sono i maggiori esperti internazionali. Fra le molte iniziative, una è quasi un paradosso. È quella dedicata al Dizionario degli intraducibili filosofici. Un' opera monumentale, già tradotta in undici lingue (quasi altrettante le traduzioni in corso) e diretta dalla filosofa francese Barbara Cassin. Che spiega, traducendo, cosa siano gli intraducibili. «La definizione è semplice: sono sintomi della differenza delle lingue. Ovvero i punti particolarmente sensibili e difficili che permettono di sostenere che il filosofo usa le parole e non soltanto i concetti universali. Da qui una seconda definizione: gli intraducibili non sono ciò che non può esser tradotto, bensì ciò che non si finisce mai di tradurre. Prendiamo il termine greco logos. È una parola che non ha equivalenti semplici. Contiene una storia della cultura. Quando i romani hanno dovuto tradurre logos in latino, si sono serviti di due parole: ratio (pensiero, calcolo) e oratio (parola, discorso). In generale gli intraducibili sono termini che, quando li si trasporta in un' altra lingua, appaiono equivoci». E il problema si pone anche oggi, con le lingue moderne: «Le parole russe che abbiamo studiato in questo dizionario sono termini che in francese e in italiano sono omonimi. Per esempio pravda: sappiamo che vuol dire verità. Ma è anche giustizia. Anzi, pravda è prima di tutto giustizia, poi è verità ma soltanto come giustizia e non come gratitudine». È interessante inoltre capire come funziona il dizionario. «Ci sono più tipi di voci. Alcune sono costituite da singole parole in una sola lingua. Per esempio, in italiano, leggiadria o virtù. Poi vi sono voci complesse, fra più lingue che vengono comparate: per esempio anima, che raccoglie âme, ésprit, soul, spirit, mind, Geist, ecc. Poi ci sono voci ancora più vaste, che abbiamo chiamato di "ordine 2". Queste prendono in considerazione l' insieme di una lingua: il funzionamento, le caratteristiche, l' ordine delle parole, il genere, ecc. Infine ci sono le voci che abbiamo chiamato "direzionali", ovvero che ci permettono di circolare in tutto il dizionario. Per esempio "malessere": la ritroviamo ovunque non vi è accordo fra l' anima e il corpo, quindi rimanda alla saudade, melancholia, nostalgia, spleen ». Alcune voci saranno state sicuramente più complesse di altre. «Le più ostiche sono le parole chiave. La difficoltàa tradurle deriva dal fatto che determinano intere parti della storia della filosofia. Una di queste è oggetto: un termine che, come nozione, viene dal greco. Ma in quella lingua la parola non esiste. Quindi si cerca di vedere cosa succede quando è stata tradotta». Volendo dunque cercare un tratto comune degli intraducibili questo sarà l' equivocità. «Il dizionario in fondo non è altro che una cartografia degli equivoci essenziali. Perché questi non sono affatto casuali, ma sono equivoci della storia. Del resto la storia è scritta in una lingua. Prendiamo l' esempio della parola senso: anche in un dizionario comune vi sono più voci. Senso come significato, come sensazione e come direzione. Ecco, ha lo stesso suono ma non lo stesso significato, è un omofono. Lavorando a questo lemma ci si rende conto che senso è lo stesso termine che, in un certo momento della storia, congiunge qualcosa della sensazione, della significazione e della direzione. Qui c' è tutta una complessa storia di passaggi da lingua a lingua, con l' intermediazione della traduzione della Bibbia che è un momento chiave. Se noi ricostruiamo la storia passando per "più d' una lingua", come diceva Derrida, si comprende come funziona. Faccio un altro esempio: gli equivoci sulle nozioni di diritto e di legge. In francese, come in italiano, diritto e legge si riferiscono a un certo numero di cose ben distinte. Quando passiamo all' inglese, right e law, ebbene c' è una parte del right che vuol dire legge e una parte del law che vuol dire diritto. Allora quando si passa da una lingua all' altra ci si perde, credendo che si possa tradurre law per legge e right per diritto». Quindi tradurre è l' arte di dissipare gli equivoci. «Si tratta di comprendere come e perché non ci si comprende. In fondo la traduzione è seduzione. Sedurre contemporaneamente le lingue e l' oggetto. Già, perché l' oggetto non è indipendente dalla lingua in cui è detto. Non vi sono oggetti predeterminati: ci sono soltanto oggetti trovati, incontrati, scovati e sedotti da una lingua. Hannah Arendt parlava dell' effetto della pluralità delle lingue: diceva che era l' equivocità cangiante del mondo». ©
RIPRODUZIONE RISERVATA - MARCO FILONI
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