domenica 30 ottobre 2011

Riflessioni aroma tabacco. SCRIVERE

"Riuscire a trasformare le vicende della propria vita in racconto è una grande gioia: forse l'unica felicità che un essere umano possa trovare su questa terra". Karen Blixen.
Cercando frettolosamente un libro sugli scaffali della mia libreria, una mattina mi sono imbattuto per caso in questa breve frase, scritta sulla quarta di copertina dei "Racconti d'inverno". Da un po' di tempo la raccolta di racconti della Blixen mi capitava spesso in mano, ma non avevo mai fatto caso al breve aforisma riportato sul retro, in piccolo; tuttavia, appena l'ho visto ne sono rimasto colpito e la mia mente, per tutto il successivo viaggio in treno, ha sorvolato estesi e agitati mari di idee, si è imbattuta in intricate foreste di vaneggiamenti, ha errato su irte montagne di interrogativi, per poi riposarsi in una stanza affollata da parole e frasi da riordinare.
Cosa significa "scrivere"? Cosa significa scrivere "delle vicende della propria vita"? Che valore possiede, per ognuno di noi, l'atto di sedersi e, con una penna o una tastiera, affiancare nere parole, cercando di organizzare un periodo, un racconto, una storia?
Tutti scrivono quotidianamente qualsiasi cosa, dalla lista della spesa alle e-mails lavorative fino agli interventi sui social networks; ma pochi sentono un forte bisogno di posare la punta della bic su un foglio, ascoltando il crescente richiamo della pagina imbrattata di inchiostro, per dare forma al proprio pensiero o riversare un frammento di se stessi su una pagina, per sfogare la latente grafomania che li assilla e per porre freno al sovraffollamento della mente. Per alcune persone scrivere diventa un elemento fondamentale del "mestiere di vivere", è un modo parlare sottovoce a sé stessi, di esprimere l'inesprimibile, di rendere irripetibile ed unica la banalità; perciò possiamo affermare -può darsi in maniera semplicistica- che lo scrittore non è soltanto chi vede pubblicate le proprie opere, è anche colui che sente la necessità di scrivere per se stesso, non per ovviare a quotidiani bisogni materiali, ma per rispondere ad una personale voglia indefinita.
Proprio per il fatto che la scrittura è un atto, quasi una cerimonia, estremamente intimo, è naturale che si scriva delle "vicende della propria vita". Ciò non significa comporre opere autobiografiche o storie in cui la nostra vita è celata sotto la patina della finzione. Più ampiamente questa considerazione rivela che qualsiasi cosa scriviamo porta in sé una parte di noi, uno o più aspetti della nostra persona, del nostro essere uomini in mezzo alla calca degli uomini: la vena ironica, lo spirito poetico, il gusto descrittivo, la profondità di analisi, l'incisività, la capacità di ragionamento, l'espansività, la malinconia, l'arrendevolezza... Insomma, il nostro Io più manifesto e recondito allo stesso tempo. Per quanto la scrittura sia "interiorità", tuttavia, è straordinario come, durante lo scrivere, nella stanza o nel luogo in cui ci troviamo, il mondo che ci circonda, e ci ha circondato, e la nostra Persona si compenetrino, dando vita ad un inspiegabile e meraviglioso amplesso portatore di estasi e tormento.
Come probabilmente è già parso evidente dalle righe precedenti lo scrivere perderebbe qualsiasi significato se fosse slegato dalle singole persone, poiché ogni "forma di scrittura" è regolata da una Magna Charta particolare, valida per colui che scrive, per la sua sfuggente dote e per nessun'altro. Infatti chiunque Scriva si appronta in diversi modi e persino i green writers hanno piccole manie, seguono un'etichetta, molte volte anche inconscia.
Così chiudo, senza voler aggiungere altro, lasciando a voi -chiunque stia leggendo- il testimone da portare avanti.
Aggiungo solo un appunto: mi sono accorto, arrivato in fondo al pezzo, di aver parlato quasi sempre di "penna e foglio. Ebbene, com'è ovvio, non ignoro l'esistenza di altri mezzi di scrittura, ma devo ammettere di essere affezionato al contatto fisico con ciò che scrivo (dopotutto questo intervento l'ho prima scritto a mano) e sono straordinariamente affascinato dalla penna che si districa sulla pagina e in particolare dal foglio bianco. Qualcuno prima di me, su questo blog, ha scritto l'emblematica frase "Mica Morde" e un penetrante articolo. Ebbene.......... Proprio come la bianchezza della balena, la bianchezza della carta mi lascia disarmato, stordito, timoroso;c'è in me sempre una certa reverenza nel tracciare le prime lettere sulla pelle liscia e candida di una pagina vergine, sono spaventato... Forse perché potrei scorgere nel vuoto della pagina la sgombra voragine del mio animo...

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